Maria “Ciccilla” Oliverio. Prima e unica donna a guidare una banda di briganti nell’Italia appena unificata

di Francesco Musolino — 29 Maggio 2021

«Mi considero uno scrittore della faglia, un narratore del rapporto controverso fra Nord e Sud, due paesi dentro una nazione». Parola di Giuseppe Catozzella, narratore classe 76, milanese e figlio di genitori emigrati dal Meridione, già vincitore del Premio Strega Giovani nel 2014 con “Non dirmi che hai paura”, per il quale è stato nominato ambasciatore per l’agenzia Onu per i rifugiati (UNHCR). Ora torna in libreria con “Italiana”(Mondadori) raccontando la vera storia di Maria Oliverio, detta Ciccilla, originaria del Cosentino, prima e unica donna a guidare una banda di briganti nell’Italia appena unificata: «Per la prima volta racconto la guerra civile italiana, dal 1861 al 1866» rivelando, fonti alla mano, che proprio «dalle gesta di Maria Oliverio un grande scrittore come Alexandre Dumas diede vita al mito di Robin Hood. Quell’idea di libertà e di giustizia contro i soprusi dei potenti, alberga nella nostra storia, nascendo fra i monti della Calabria, dal coraggio di pochi».
Un libro attualissimo che andrebbe letto davvero nelle scuole e fra gli studenti, in cui emergono tutte le contraddizioni della storia del nostro Paese: «Ancora oggi, la questione meridionale è tristemente attuale».

Catozzella, ancora oggi manca l’epica nel racconto della nostra nazione?
«Proprio così. “Italiana” è il risultato del lavoro di tanti anni per riconsegnare complessità, tracciando una via epica nel nostro racconto nazionale, qualcosa che curiosamente, manca. Questo libro è il frutto di tre anni ma è un tema che sento da sempre, del resto, il rapporto fra Nord e Sud era centrale anche in “E tu splendi”».

Catozzella, qual è il ruolo di uno scrittore?
«Fermarsi, soffermarsi. Mi considero uno scrittore della faglia, il nostro è un paese composto di due parti – Nord e Sud – assai diverse fra loro e io ne sono l’emblema. Sono un uomo nato e cresciuto al Nord da genitori meridionali emigrati, in cerca di un futuro, di possibilità. Questa prospettiva fa parte di me».

Scrive che le truppe sabaude perpetrano dei veri massacri «per cancellare il ricordo delle promesse fatte». Fu una sistemica operazione di sottomissione?
«Andò proprio così. Ho cercato di tenermi lontano dalle concrezioni delle opposte fazioni che ancora esistono, da un lato il neo-borbonismo, dall’altro il realismo, che non rendono merito alla complessità da cui nasce il nostro Paese. In “Italiana” racconto per la prima volta la guerra civile italiana, quella scoppiata all’indomani della nascita del Regno d’Italia, dal 1861 al 1866, sulle macerie delle promesse alle popolazioni del Mezzogiorno infrante. Lo sappiamo, chi vince la guerra cancella le tracce, la memoria delle sue nefandezze. Chi perde diventa un brigante, bollato come un criminale».

Invece?
«In quella rivolta popolare c’era un grandissimo senso politico ma tutto è stato cancellato».
Oggi, nel 2021, abbiamo un Ministero per il Mezzogiorno. Che ne pensa?
«Dimostra che la celeberrima questione meridionale permane, abbiamo un ministero che si rivolge solo alle necessità dei territori svantaggiati, come fossero una zavorra allo sviluppo».
Lei rivela che Alexandre Dumas si ispirò alla storia di Maria Oliverio per dar vita al mito di Robin Hood.

Come andarono le cose?
«Dumas era stato inviato in Italia per raccontare il processo di unificazione ed ebbe l’occasione di scrivere la storia di Ciccilla in sette episodi sulla stampa e nel 1864, l’anno in cui venne arrestata e condannata, voleva farne un libro. Poi, però, sceglierà di parafrasarla, scrivendo Robin Hood, cambiando location ma ispirandosi alle gesta dei briganti, alla loro fortissima voglia di libertà».

Per aver narrato la storia di Maria e il suo fiero coraggio con fonti storiche, sta subendo l’odio degli haters…
«Incredibile ma vero. Viviamo durante una crisi economica senza prospettive e questi argomenti scatenano la frustrazione repressa, chi osanna il regno delle Due Sicilie, chi incensando l’operato di Cavour. È puro odio, lo vediamo anche nella battaglia per il ddl Zan…».

Fonte

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